
Bohemian Rhapsody – Bryan Singer – 2018
L’ascesa, la caduta e la redenzione di chi aveva l’audacia dei folli e la grandiosità dei virtuosi
Chi fosse e come riuscì a diventare ciò che è in fondo è sempre stato Freddy Mercury – uno dei migliori artisti e perfomer musicali della storia ed un virtuoso della musica ma anche generalmente dell’arte – è ciò che tenta di raccontare e spiegare “Bohemian Rhapsody” il film di Bryan Singer. Riuscendoci, ahimè, maldestramente.
Farrokh Bulsara è colui che mordendo la vita, sognava in alto, inseguendo sul retro di un locale, Brian May e Roger Taylor, due giovanissimi e talentuosi musicisti che senza di lui molto probabilmente sarebbero stati rispettivamente oggi uno stimato astrofisico ed un abile odontotecnico, facendosi scegliere per le sue strabilianti doti canore dettate anche dall’eccezionalità di avere quattro incisivi in più.
Farrokh Bulsara è anche colui che trasforma un gruppo musicale di studenti nei Queen, colui che sfida la propria follia creativa regalando al mondo un singolo della durata improponibile per le radio di 6 minuti, dalla struttura musicale così complessa e geniale nonché da un testo tanto indecifrabile quanto fondamentale ed infine colui che trasforma un semplice immigrato nell’Inghilterra degli anni 60 in Freddy Mercury, icona di un’intera generazione.
Ma come nel più lineare degli schemi narrativi, l’eroe che raggiunge il potere, ad un certo punto è vittima del suo stesso successo e non può che iniziare un percorso a ritroso, su un terreno sconnesso e pieno di buche, che lo porterà inevitabilmente all’infelicità.

Bohemian Rhapsody è troppo discreto e mediocre per ciò ma soprattutto per chi sta raccontando, si inciampa su se stesso e inesorabilmente cade
Se Bohemian Rhapsody, nel 1975, nasceva con l’epicità della tragedia greca, la grandiosità di Shakespeare, il pathos della lirica e la vitalità di un’epopea rock, il film omonimo del 2018 purtroppo non riesce a seguirne lo stesso ritmo.
Ingarbugliato in troppi stereotipi (la rockstar sola ed infelice, gli eccessi dei festini mal frequentati, il cattivone di turno che allontana l’eroe dalla buone compagnie), Bohemian Rhapsody è troppo discreto e mediocre per ciò e per chi che sta raccontando, si inciampa su se stesso e inesorabilmente cade. Non è d’aiuto sicuramente il ritmo serrato del film che, con poco tempo a disposizione e troppo da raccontare, tralascia poca introspezione ai suoi stessi personaggi.
Eppure tutto questo viene per un attimo dimenticato sulle ultime battute nell’emozionante rifacimento del “Live Aid”, che ripercorre quei 25 minuti divenuti leggendari in cui i Queen si esibirono al Wembley Stadium nel 1985.
Per tutto il film Rami Malek cerca di calarsi al meglio delle sue possibilità nei panni del frontman dei Queen (dopo aver anche sostenuto una preparazione fisica non indifferente per questo ruolo), e qui finalmente riesce a dare il meglio di sé, in un girato di circa 22 minuti in cui calca alla perfezione le mosse, l’audacia ed il carisma di Freddy e di quella sua indimenticabile performance.

Voto: 6.5/10
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