
Midnight in Paris – Woody Allen – 2011
Parigi e l’apologia di una passione
Radioso, emozionante e malinconico “Midnight in Paris” è quello che vuole essere, senza fraintendimenti. La consacrazione sullo schermo dell’amore che il regista newyorkese ha per la ville lumierè. Già in “Tutti dicono I love you” del 1996, si intravedono scorci della beata Parigi, ma qui il regista ritorna volutamente sui propri passi per realizzare un’opera surreale, nostalgica, effervescente, iconografica dell’âge d’or ed estemporanea nel rincorre riflessioni moderne sull’amore, le coppie e la vita.
Con una carrellata di cartoline animate, Allen ci indirizza sin da subito, già dalle prime scene a quello che lo spettatore ripercorrerà per tutto il film: la magia della città, tra i suoi boulevard, tra le acque limpide della Senna, ai piedi del Sacro Cuore, nelle sue piazze e tra i suoi cittadini.
Un incipit che non può che ricordare l’ouverture di “Manhattan” del 1978, film simbolo nel quale il regista innalzò un incantevole tributo alla sua città natale. E se in Manhattan in rigoroso bianco e nero uno spiritoso monologo iniziale accompagna le architetture newyorchesi, in quest’ultima pellicola Allen si affida solo ed esclusivamente ai colori, alla geometria, ai contorni di Parigi.

La brillante âge d’or
Una vera e propria dichiarazione d’intenti, un amore trasudato in ogni inquadratura. Parigi carica di storia in ogni suo grande monumento, Parigi fascinosa ed elegante in ogni nido di asfalto, Parigi ed il retaggio che si porta con sé fino ai giorni nostri.
Il film celebra anche il periodo d’oro quello degli anni 20, così tanto amata da scrittori, pittori e artisti, così amato da Gil, protagonista sognante del film, così amato da Allen stesso che fa intraprendere al suo personaggio – Owen Wilson nella sua stonante allegoria naif – un percorso che avrebbe voluto imboccare lui stesso.
Gil è a Parigi con Inez, sua futura moglie e i genitori di lei. Autore di sceneggiature hollywoodiane, Gil è in verità un eterno sognatore e rincorre il sogno di scrivere opere impegnate, rifacendosi ai suoi idoli letterari come Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway.
L’occhio da turista americano ricerca proprio tra le bellezze e lo splendore della vie en rose ogni sorta di ispirazione per il proprio romanzo, ancora incompiuto. Ma proprio in una passeggiata notturna una strana automobile d’epoca traghetterà il protagonista in una frizzante Parigi bohemien.
Gil è così catapultato in un mondo finora solo letto o fantasticato: accompagnato da John Fitzgerald e dall’esuberante moglie Zelda si trova tra feste e girovaganti tour notturni, confrontandosi con Hemingway, ammirando opere ancora in produzione di Picasso, ascoltando le elucubrazioni di uno stravagante Salvador Dalì e frequentando quel tanto discusso e agognato salotto di Geltrude Stein.
Un salto che ricorda da vicino quello tanto surreale quanto incantevole raccontato ne “La rosa purpurea del Cairo” del 1985: Mia Farrow dà qui il volto a Cecilia barista avvilita e dismessa da una vita al quanto grama che trova come unica valvola di sfogo l’andare al cinema ad ammirare il suo film preferito, La Rosa purpurea del Cairo per l’appunto. Ma la sua vita cambia quando Tom, attore in bianco e nero protagonista del film, esce dallo schermo per incontrarla nella realtà.
Anche in questo caso il divario tra idoli e comuni mortali si assottiglia: come nei protagonisti della Rosa Purpurea del Cairo, anche gli artisti di Midnight in Paris esteriorizzano difetti, vizi e lacune e vengono posti sullo stesso piano dei protagonisti, un piano più umano e leggibile.

La malinconia dei tempi passati
I protagonisti alleniani, d’altronde, si ritrovano loro malgrado a scontrarsi sempre con le loro forbite meditazioni, districando rapporti sentimentali disconnessi, scambiandosi reciproci ipotesi e teorie sui desideri della vita, sulle dinamiche di coppia, e vivendo costantemente nei loro stessi dialoghi, e così poco nella realtà.
Così anche qui è surreale e onirico l’amore di Gil per Adriana, sensuale e ammaliatrice, musa ispiratrice di Picasso e Modigliani, personificata da una splendida Marion Cottilard. Lei è la compagna femminile del suo viaggio nel tempo e l’inconsapevole dispensatrice del messaggio ultimo a cui vuole approdare l’opera: come Gil, infatti, è un outsider dei suoi tempi prediligendo l’epoca bohemien, così Adriana è affascinata della belle époque parigina anziché dal suo presente. Una scelta e un amore che non possono trovare un riscontro nella realtà ma solo nel sogno.
Il non voler accettare questo presente, sempre così scontato, inadeguato, noioso, banale, ricercando – e su questo Allen fa riflettere bene – un passato che ci sembra sempre migliore, più interessante ed elettrizzante è l’idea cardine su cui si basa il film.
Ogni persona in ogni epoca sospira i tempi andati, in una malinconica corsa contro il tempo passato, come se fosse la via d’uscita per accettare ciò che il presente è, come per esorcizzare tutta la paura, la carenza, e i fallimenti della quotidianità.
Non ci si accorge che sembra sempre migliore il periodo precedente, in un circolo vizioso che non potrà mai finire. Ma nulla può consentirci di fuggire da noi stessi e dal nostro tempo e forse – sottolinea Allen – è meglio così.
Da buona commedia, “Midnight in Paris” ha l’happy ending dietro l’angolo, lasciando allo spettatore gli ultimi spasmi del sogno malinconico di una Parigi che può tutto.
Voto 7/10
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