
L’ultima settimana di novembre rappresenta sempre un tuffo al cuore: un trampolino di emozioni, 9 giorni di avvitamenti coinvolgenti in ogni scena di film e un lago increspato di ispirazioni verso i titoli di coda. Il sipario si apre sul Torino Film Festival, il festival della pluralità di genere, capace di saziare con il suo programma filmico ogni tipo palato, dal più affamato al più raffinato, dai cultori sporadici agli addetti ai lavori fino a sfamare anche i più ingordi della settima arte (entità cinefile facilmente riconoscibili per il fatto di occupare un posto in sala già dalle prime ore del mattino).
33 TFF: 10 titoli di film che hanno lasciato il segno

1. Coup de Chaud di Raphaël Jacoulot (Francia, 2015): Uno dei film in concorso che, con grande merito, ha vinto “solamente” il premio del pubblico. Eppure nell’epoca della diffidenza, nei tempi grigi di una società in declino in cui il “diverso” incute sempre più paura, questo film ha saputo, meglio di altri, raccontare il clima attuale che ci circonda. Josef, il protagonista non è solo un capro espiatorio su cui sfogare le frustrazioni di una comunità troppa “accaldata”, ma è anche l’elemento cardine che libera la tenebra nascosta nel profondo di ognuno di noi e che, sul finale, magistralmente, si svela come uno specchio per ricordarci – ed in questi ultimi tempi ne avremmo un estremo bisogno – di saper sempre guardare oltre perché è l’unico modo per carpire la verità.

2. Me and Earl and the dying girl di Alfonso Gomez-Rejon (USA,2015): Ancora una volta una pellicola di eccezionale bellezza uscita dal Sundance Film Festival. Un film capace di raccontare la malattia e la ferocia della morte ma in una chiave totalmente nuova, sotto un’ottica ironica, spensierata e rassicurante ma non per questo priva di spessore ed intensità. Un film che sa strappare tante risate quante lacrime. E che sa e vuole esser, cinefilo fino al midollo.

3. As Mils e uma Noites – volume 1, o Inquieto, 2, o Desolado, 3 o Encantado di Miguel Gomes (Portogallo/ Francia / Germania/ Svizzera, 2015): Le mille e una notte contemporanee sullo sfondo di un Portogallo vittima della crisi del mal governo. Più di sei ore di film in cui la metaforica cerca – e a tratti con grande fatica per lo spettatore – di agganciarsi alle narrazioni incantante di Sherazade per una dura riflessione contro le istituzioni e la politica odierna. Si deridono i potenti, grazie ai quali il Paese è affondato, si espongono le desolazioni della gente comune sotto gli occhi di un giudice che non può infliggere alcuna sentenza perché disonesta è prima di tutto la società che li circonda e alla fine si ci sofferma incantati lungo le coste portoghesi inseguendo i canti di Sherazade, anch’essa sconfortata e fuggita per qualche ora dal suo Re tiranno.

4. High-Rise di Ben Wheatley (UK, 2015): Il nuovo e luccicante grattacielo che svetta tra i cieli di Londra è un corpo umano perfetto nell’architettura ma è anche un microcosmo che rappresenta minuziosamente la società moderna: ai primi piani è relegato il ceto medio mentre man mano che si sale ci si imbatte in condomini sempre più altolocati, fino ad arrivare all’attico nel quale, in un vero harem terrestre risiede l’Architetto, il creatore e progettista dell’innovativo palazzo. Ma quando viene a mancare la luce le persone si trasformano: il grottesco affiora, il caos ed il non sense dilagano, l’uomo civile ritorna sui suoi passi e rientra nella tenebra rivelando un istinto animale mai sopito. Tratto da un romanzo di Ballard del 1975 è una vera critica alla società e al capitalismo sfrenato, decisamente attuale ancora oggi.

5. Sunset Song di Terence Davies (UK/Lussemburgo, 2015): La visione dell’ultima pellicola di Terence Davies equivale alla lettura di un avvincente romanzo inglese dello secolo scorso: Sunset Song è un film delicato ma allo stesso tempo tenace, proprio come la sua protagonista, capace di lasciar trasportare lo spettatore dalla prima all’ultima scena. Vincitore del Gran Premio Torino, il regista inglese ha inserito molti elementi biografici all’interno della trama: un padre autoritario e violento e l’amore sconfinato per una madre amorevole, l’importanza delle radici, della famiglia e della propria terra d’origine, a cui per sempre si appartiene.

6. Oil City Confidential di Julien Temple (UK, 2009): I Dr. Feelgood, la rock band che dalla malvista isoletta dell’Essex venne catapultata prima nei locali dell’alternativa Londra degli anni 70 per poi conquistare l’intera Europa e infine anche gli Stati Uniti. L’unione del tanto geniale quanto turbolento chitarrista Wilco Johnson e del travolgente cantante Lee Brilleux viene raccontata e rivissuta da chi in quegli anni credeva di realizzare qualcosa di grande. E alla fine ci è riuscito perfettamente. Julien Temple, guest director di questa edizione, firma ancora una volta un documentario perfettamente accordato, zeppo di ricordi e di ottima musica.

7. Terrore nello spazio di Mario Bava (Italia/Spagna, 1965): Un cult che ha saputo ispirare Ridley Scott ed il suo leggendario Alien, amatissimo all’estero e diretto da uno dei maestri registici del nostro paese più rimpianti, Mario Bava, il cui talento e l’innata ecletticità artistica lo spinsero a sperimentare anche un genere che si è sempre mal conciliato con il made in Italy: la fantascienza.

8. Il potere di Augusto Tretti (Italia,1972): Uno dei motivi per cui adoro il TFF è il fatto che ogni anno mi fa conoscere qualche geniale regista di cui ero totalmente ignara. La beffarda ironia e la polemica regolata e saggia di Augusto Tretti rendono questo film una delle riflessioni più geniali ed allo stesso tempo esaustive di ciò che il potere è e di come abbia negativamente influenzato la storia e di conseguenza tutta la nostra società.

9. Stand by for Tape back-up di Ross Sutherland (UK,2015): Un vero cinema di sperimentazione che dalla sezione “Onde” tenta nuovi linguaggi e modalità di rappresentazione ancora inesplorate. Il regista scozzese ci riesce. Niente attori, nessuna ripresa, solo vecchie registrazioni di film, serial tv e trasmissioni che arrivano dalla generazione X degli anni 90 per fondersi con la sua voce, la sua vita e i ricordi malinconici indirizzati verso un nonno che ormai non c’è più.

10. Alphaville: une etrange aventure de Lemmy Caution (Francia/Italia, 1965): Come il Cinema, ed in questo caso quello d’autore dato che c’è la mano autorevole di Godard ha immaginato il futuro? Come un luogo in cui non esiste più una coscienza, né una vera emozione, dove persino le parole perdono per strada il loro significato e dove ogni cosa è regolata dalla fredda logica del computer Alpha60. Blade Runner e 1984 si ritrovano tra le strade parigine degli anni ‘60 per raccontare un futuro distopico che forse è solo un presente che vorremmo dimenticare.